Gli emigrati

Il caso della fisica

Gli emigrati

Enrico Fermi (1901-1954) lasciò l’Italia con la famiglia il 6 dicembre 1938 per recarsi a Stoccolma (gli era stato conferito il premio Nobel) e giunse a New York nel gennaio 1939. Ufficialmente ricopri alla Columbia University il ruolo di ”visiting professor”, ma in realtà i suoi più stretti collaboratori sapevano che la sua partenza era stata definitiva. Cominciò a lavorare con Herbert L. Anderson sulla fissione dell’uranio, fenomeno scoperto a Berlino- Dahlem poche settimane prima da O. Hann e F. Strassman. Il risultato del loro lavoro fu tenuto segreto in vista delle possibili applicazioni militari. Nella primavera del 1942 fu trasferito a Chicago e nello stesso anno riuscì a costruire per la prima volta un reattore nucleare di potenza piccola, ma non nulla, che dimostrava la possibilità di produrre energia utilizzando il fenomeno della fissione nucleare.

Enrico Fermi mentre riceve il Premio Nobel per la fisica, il 10 dicembre 1938

Da Chicago, Fermi si trasferì a Los Alamos, diretto da Robert Oppenheimer, ove ebbe la funzione di consulente nella costruzione della prima bomba atomica.

È quasi certo che Fermi si fosse inizialmente messo a lavorare sulle possibili applicazioni pacifiche dell’energia nucleare; il passaggio dalle applicazioni civili a quelle militari fu certamente determinato dall’esigenza di fermare l’avanzata di Hitler e anche di anticipare gli scienziati tedeschi; sicuramente Enrico Fermi fu uno dei primi scienziati del mondo occidentale a trovarsi di fronte al grande problema morale delle applicazioni militari dell’energia nucleare.

Dopo la guerra, è stato professore all’Università di Chicago, occupandosi di vari problemi di fisica fondamentale e svolgendo attività di consulenza scientifica per il Governo degli Stati Uniti.

In tutte le fasi della sua vita Fermi ha prodotto un imponente numero di allievi; nel periodo americano sei suoi ex-studenti furono insigniti del Premio Nobel.

Franco Rasetti (1901-2001) partì da Napoli con la madre nel luglio del 1939 e sbarcò a New York dieci giorni dopo; di lì partì immediatamente per il Canada. Anche lui aveva accettato un incarico come “visiting professor” dall’Università Laval di Quebec, ove non solo fondò il Dipartimento di Fisica di quell’università, ma in pochi mesi organizzò un laboratorio in cui, nel giro di due anni, riuscì a determinare la prima misura, sia pure grossolana, della vita media del muone.

Franco Rasetti

Nel gennaio 1943 H. von Alban e G. Placzek offrirono a Rasetti un posto tra gli scienziati che avevano cominciato a sviluppare studi sulle possibili applicazioni militari dell’energia nucleare.

Dopo grandi riflessioni Rasetti declinò l’offerta e come scrisse più tardi, non si pentì della sua scelta: “ci sono poche decisioni prese nella mia vita di cui abbia meno ragione di rimpiangere. Io ero convinto che nulla di buono potesse mai seguire dalla costruzione di nuovi e più mostruosi mezzi di distruzione “

Nell’autunno 1947 Rasetti accettò l’offerta di una cattedra di Fisica alla John Hopkins University, a Baltimora, e lì rimase sino al 1967. Ma le attività di ricerca in fisica alla John Hopkins ebbero un inizio lento e non raggiunsero mai una grande intensità, principalmente perché per avere un contratto di ricerca da qualsiasi ente governativo in USA, il direttore del contratto doveva avere una dichiarazione ufficiale (“clarence”) che egli non era un rischio per la sicurezza dello stato; questa condizione valeva anche se si trattava di un lavoro completamente non classificato.

Tutto ciò era considerato da Rasetti una offesa intollerabile contro la libertà e la dignità scientifica, e alla Hopkins i fondi per la ricerca si potevano ottenere quasi esclusivamente tramite contratti con enti governativi. A poco a poco, scomparendo lentamente dal mondo della fisica, Rasetti cominciò a dedicarsi alla geologia e alla paleontologia; e anche in quei campi le sue ricerche e classificazioni ottennero prestigiosi riconoscimenti. Finita la guerra, Rasetti si isolò, non rispondendo nemmeno alle lettere dei suoi amici italiani ed evitando i contatti con i colleghi emigrati.

La spiegazione di tutto ciò la diede Rasetti stesso a Persico con parole durissime, come era nel suo stile: “Sono rimasto talmente disgustato dalle ultime applicazioni della fisica (con cui, se Dio vuole, sono riuscito a non avere nulla a che fare) che penso seriamente di non occuparmi più che di geologia e biologia. Non solo trovo mostruoso l’uso che si è fatto e che si sta facendo delle applicazioni della fisica, ma per di più la situazione attuale rende impossibile rendere a questa scienza quel carattere libero e internazionale che aveva una volta e la rende uno strumento di oppressione politica e militare.

Pare quasi impossibile che persone che un tempo consideravo dotate di un senso della dignità umana si prestino ad essere lo strumento di queste mostruose degenerazioni. Eppure è proprio cosi e sembra che neppure se ne accorgano. Tra tutti gli spettacoli più disgustosi di questi tempi ce ne sono pochi che uguaglino quello dei fisici che lavorano nei laboratori sotto sorveglianza militare per preparare mezzi più violenti di distruzione per la prossima guerra…” La coerenza morale di Rasetti ha avuto consensi e dissensi; certo il suo può sembrare essere stato un distacco aristocratico ed apolitico. Forse bisogna chiedersi se non sia stato solo lungimirante. Sicuramente fu uno dei pochi fisici dell’epoca che poteva chiamarsi indenne alla frase di Oppenheimer: “…i fisici hanno conosciuto il peccato”.

Bruno Rossi

Bruno Rossi (1905-1993) era stato nominato professore di fisica sperimentale all’Università di Padova nel 1932 e in breve tempo era riuscito a costruire un nuovo istituto ben attrezzato per la ricerca. Dopo l’emanazione delle leggi razziali, riuscì a partire con la moglie per Copenaghen già nell’ottobre 1938, grazie al residuo di una precedente borsa di studio per l’estero della Reale Accademia d’Italia. Con l’aiuto di Bohr si spostò a Manchester e, dopo un anno circa, a Chicago e quindi alla Cornell University (Itacha, N.Y.). Durante la guerra fu invitato da Hans Bethe a partecipare agli esperimenti di Los Alamos; queste le sue parole su quei giorni: “Ricordo chiaramente con che animo decisi di andare a Los Alamos: speravo che il nostro lavoro avrebbe dimostrato l’impossibilita di fare la bomba, ma avevo anche concluso che, se la cosa fosse risultata possibile, occorreva evitare a ogni costo che Hitler avesse la bomba prima di noi”. Quando Rossi giunse a Los Alamos era consapevole che stava iniziando la fine di quella “età dell’innocenza della fisica delle particelle” per la quale avrebbe avuto per tutta la vita una “persistente nostalgia”.

Dopo la guerra, Rossi riprese gli studi al Massachussets Institute of Tecnology ove rimase fino ai limiti di età e dove divenne poi professore benemerito.

Emilio Segrè (1905-1989) era stato nominato professore di fisica sperimentale a Palermo nel 1935 e all’inizio dell’estate 1938 era andato a Berkeley, California, per lavorare sugli isotopi a vita media breve del tecnezio, che lui stesso aveva scoperto a Palermo nel 1937. Visto l’andamento della politica in Italia e in Europa, decise di rimanere negli Stati Uniti e fu presto raggiunto dal figlio e dalla moglie, già sottrattasi alle persecuzioni hitleriane quattro anni prima, fuggendo da Breslavia.

Emilio Segrè

Rimase sempre a Berkeley, salvo il periodo 1943-1946 che passò a Los Alamos e quindi ritornò a Berkeley con un posto definitivo di “full professor”.

Segrè si impegno in modo particolare al progetto di Los Alamos: aveva fretta di realizzare la bomba per sconfiggere quell’Hitler che era stato responsabile della deportazione di sua madre, dispersa poi nei campi di concentramento, e della morte di suo padre che non resse al dolore.

Quando, durante gli esperimenti nel deserto, fu raggiunto dalla notizia del suicidio di Hitler e della fine della guerra in Europa, il suo primo pensiero fu: “Siamo arrivati troppo tardi”.

Rimane comunque aperta l’inquietante domanda sul perché gli esperimenti non furono a quel punto interrotti, visto che veniva a mancare la causa prima che aveva spinto gli scienziati a prodigarsi per la costruzione di un ordigno di tale potenza. Forse fu il desiderio di vedere la fine di tanti sforzi, forse fu proprio questo quel “peccato” che Oppenheimer sosteneva riguardare i fisici. Ma questo richiederebbe ulteriori approfondimenti.

Come Bruno Rossi, anche Segrè ebbe una carriera molto brillante negli Stati Uniti; fu inoltre autore di vari libri di fisica, un volume dedicato alla vita e alle opere di Enrico Fermi e di due noti volumi di Storia della Fisica.

Giulio Racah e Enrico Fermi

Giulio Racah (1909-1965) fu nominato professore all’Università di Pisa alla fine del 1937 e dopo pochi mesi perse il suo posto di lavoro in seguito alle leggi razziali; emigrò in Israele nel 1939 e cominciò a lavorare all’università Ebraica di Gerusalemme, ove ben presto divento Rettore. Produsse un gran numero di ottimi allievi e quattro lavori riguardanti gli stati antisimmetrici di sistemi composti di n corpuscoli di spin ½ tutti dotati dello stesso momento angolare orbitale l. Per comprendere l’importanza di questo studioso, basti ricordare ancora le parole del suo allievo e noto fisico teorico Talmi: “Racah fu colui che porto la fisica teorica in Israele”.

Bruno Pontecorvo (1913-1993) lasciò l’Italia già dal 1936, cioè due anni prima del Manifesto della Razza; egli considerava infatti l’antisemitismo solo come un aspetto secondario di una situazione politica ben più grave.

Bruno Pontecorvo

Dal settembre del 1934, appena laureato, entro a far parte del gruppo sperimentale di Fermi; si servì di un Premio del Ministero della Educazione Nazionale, avuto per il suo contributo alle ricerche sui neutroni, per trasferirsi all’Istituto Curie di Parigi. Dopo la disfatta della Francia si imbarco per gli Stati Uniti dove fu assunto da una società privata in Oklahoma; si sposto quindi in Canada, ove partecipo alla progettazione e costruzione del reattore nucleare NRX a uranio naturale e acqua pesante in qualità di dirigente degli aspetti fisici del progetto. Dopo la guerra andò in Gran Bretagna, dove lavorò nel centro atomico di Harwell. Nel 1950 Pontecorvo si spostò in URSS e cominciò a lavorare al centro di ricerche di Dubna come capo della divisione di fisica sperimentale del Laboratorio per i Problemi Nucleari. È suo il merito di aver suggerito l’esatto approccio per estendere le conoscenze nel campo delle interazioni deboli, diventato quello correntemente impiegato nei grandi laboratori come il CERN, il Fermilab e altri.

Leo Pincherle (1910-1976), Ugo Fano (1912), Sergio De Benedetti (1912), fanno parte di quei giovani fisici che, pur essendo molto promettenti, al tempo delle leggi razziali non avevano ancora ottenuto una cattedra, per ragioni di età. Tutti sono espatriati e hanno svolto all’estero notevoli lavori di ricerca in diversi ambiti (Pincherle: funzioni d’onda degli elettroni nei solidi; Fano: stati localizzati “risonanti” negli atomi a energie maggiori di quelle di prima ionizzazione; De Benedetti: lavori riguardanti i positroni e la loro annichilazione, studio dell’effetto Mössbauer)

Tutti hanno inoltre prodotto un notevole numero di allievi, fra i quali diversi professori universitari.

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