Il ritorno mancato

Il caso della fisica

Il ritorno mancato

La disillusione degli ebrei italiani, e in particolare degli accademici, fu terribile.

Non si dimentichi che all’epoca dei fatti quasi nessuno dei soggetti alle leggi razziali aveva una reale coscienza del proprio ebraismo; i più si consideravano italiani a tutti gli effetti.

Per molti il colpo ebbe diretti riflessi sulla salute fisica. Questo potrebbe essere il primo di una serie di tasselli per valutare quanto avvenne poi, al momento della reintegrazione degli universitari ebrei, una volta terminato il conflitto e il perché molti di loro preferirono rimanere all’estero per sempre.

Come abbiamo già avuto modo di stabilire e come era accaduto anche in Germania, fra gli accademici i più accettarono in silenzio, se non con approvazione, la persecuzione dei colleghi ebrei. In uno dei documenti del tempo si coglie la reale matrice solo nella dimensione dell’utilizzo delle risorse improvvisamente venutesi ad avere, e della conseguente battaglia che si apri per accaparrarsele. Durante il periodo delle persecuzioni, i docenti, oltre ad essere scacciati dalle loro cattedre, furono anche impossibilitati ad usufruire delle attrezzature, come successe al Prof. Guido Horn d’Arturo cui fu impedito l’accesso all’Osservatorio Astronomico. “Vita Universitaria” il 5 ottobre 1938 scriveva che dopo i provvedimenti razzisti “non sarà facile coprire tutte le cattedre con elementi scientificamente ben preparati; e forse, in alcune materie, non sarà possibile per alcuni anni”. Suggeriva inoltre che forse sarebbe stato opportuno coprire i vuoti prodottisi “con incarichi” ed evitare concorsi di cui avrebbero potuto avvantaggiarsi furbi e impreparati. Come dire: sarebbe bene, provvisoriamente, astenersi dall’utilizzare le risorse messe a disposizione dalle leggi razziste. Una via che nel complesso non fu seguita.

Resta quindi un acuto interrogativo: sarebbe stato così ampio “l’esilio” definitivo se fosse stato diverso, anche se non eroico, ma diverso, nel 1938, l’atteggiamento del mondo accademico?

Certo, nel caso della fisica, hanno giocato un ruolo importante le necessità della specifica disciplina di nuove e poco disponibili risorse; come ricorda Amaldi, “le ricerche di fisica nucleare stavano cambiando della tradizionale scala dei laboratori universitari a quella di imprese semi-industriali”.

Resta comunque vero che, dopo un breve periodo di “epurazione” del dopoguerra, i rei di “prostituzione della scienza” non ebbero più problemi, se mai ne avevano avuti. I perseguitati videro i persecutori di ieri sedere tranquilli sulle loro cattedre e manovrare nelle commissioni di concorso.

Inoltre, le leggi razziste rivelarono che l’antisemitismo aveva in realtà radici antiche e solide, sebbene non immediatamente visibili, nella cultura italiana. La reintegrazione nelle loro carriere offerta agli ebrei quale risarcimento, poteva realmente avvenire come se quei sette lunghissimi anni non avessero mutato nulla, nell’intimo, nel concreto essere delle università da cui erano stati cacciati?

La scelta del volontario “esilio” non fu solo il risultato della insensibilità individuale e di gruppo da parte degli “altri”, del persistere di diffusi sentimenti antiebraici, del profittare del mondo universitario delle situazioni, del ripristinare, solo in apparenza, realtà del tutto mutate. Chi aveva avuto la fortuna, l’opportunità, il desiderio di emigrare aveva conosciuto nuovi e diversi modi di lavoro accademico e scientifico. La reintegrazione avrebbe quindi dovuto e potuto essere accompagnata da un ripensamento, specifico e generale, dell’organizzazione universitaria, e questo, come sappiamo, non accadde.

La perdita secca per la ricerca italiana originata dai provvedimenti ” a difesa della razza” del 1938, divenne danno definitivo per come si operò nel 1945. E anche se il mondo universitario ebbe le sue colpe, non solo passive, di omissione, ci fu però una responsabilità generale, non solo dell’accademia, responsabilità su cui è ora di riflettere in modo serio.

segue Conclusioni