Intervista al testimone: don Luigi Muratori

Giacomo Bignami

5B classico

Don Luigi Muratori è un sacerdote piacentino. Classe 1924, ottiene il diploma di maturità classica presso il Liceo Ginnasio Melchiorre Gioia nel 1942, quindi frequenta il corso di filosofia presso il Collegio Alberoni per i successivi tre anni. Ordinato sacerdote missionario a Milano dall’arcivescovo beato Ildefonso Schuster nel 1949, vive per otto anni in missione in Giappone, quindi in Brasile.  Tornato in Italia nei primi anni ’60, don Muratori non smette di viaggiare: viene infatti nominato addetto alla stampa di riviste e libri del PIME, il Pontificio Istituto Missioni Estere, incarico che lo porta in Sudafrica, in Cina, in India per raccogliere materiali per i libri dell’istituto. Nel 1966 cura la sezione degli ideogrammi cinesi e giapponesi della pubblicazione del Pater Noster in 10 lingue, illustrato da Salvador Dalì ed edito da Rizzoli, che sarà presentato a Papa Paolo VI.  Negli anni ’80 rientra a Piacenza in qualità di insegnante di fenomenologia della religione e storia delle religioni non cristiane (argomenti sui quali pubblica alcuni libri) presso il Collegio Alberoni e l’Istituto Superiore Interdiocesano di Scienze della Religione a Parma. Nel corso della sua vita, don Muratori ha avuto l’opportunità di prendere parte a importanti incontri internazionali: nel 1976 presenzia infatti al “Colloquio mondiale sulle implicazioni del nuovo ordine economico mondiale”, organizzato a Ginevra dall’Istituto Mondiale di Studi Sociali, mentre nel 1983, a New York, partecipa ad un incontro, organizzato dall’ONU, sul tema “Diritto internazionale e diritti nazionali”. Oggi, ormai alla soglia dei cento anni e avendo assistito all’elezione di ben otto papi, vive a Piacenza, in quello che ama definire “il punto più alto della città”, un edifico ricavato da un’antica torre medievale, in via Sopramuro. Don Muratori ha amichevolmente accettato di farsi intervistare da noi studenti, per rievocare il clima del Liceo Gioia durante gli anni del ventennio fascista.

Qual era in generale il clima della scuola? Si percepiva la volontà del regime di penetrare e controllare la vita scolastica di alunni e insegnanti? Se sì, in quali forme e modi?

Questo tentativo da parte della dittatura di Mussolini (come di ogni altra forma di governo autoritaria del Novecento) si misurava soprattutto nel fatto che il fascismo celebrava le grandi conquiste del regime in ogni contesto: le quaranta ore di lavoro per gli operai, il sabato libero, la battaglia del grano, le colonie per i bambini (grazie alle quali molti hanno visto il mare per la prima volta), le ferie, ma soprattutto si insisteva sull’invito ad acquistare prodotti italiani. In questo modo, si aveva davvero la percezione che Mussolini avesse fatto anche delle cose buone per la popolazione, tutte cose ovviamente gonfiate dalla propaganda e poi ridimensionate dall’alleanza con Hitler, l’entrata in guerra e la promulgazione delle leggi razziali. Ma il chiodo su cui si batteva di più a scuola era probabilmente il culto della gloria di Roma e dell’Impero Romano; ricordo in particolare certe foto di Mussolini con alle spalle una statua di Cesare o di Augusto, ovviamente nell’atto di fare il saluto romano, con il braccio destro alzato. Tutte le scuole d’Italia poi avevano i ludi juveniles, i giochi giovanili, che nel nostro caso si tenevano al campo sportivo vecchio di Piacenza e prevedevano sport come la corsa in piano a ostacoli o il salto in lungo; alla fine la scuola più meritevole veniva premiata. La funzione di questi giochi probabilmente era quello di celebrare la forza fisica, a cui si cercava di addestrare i ragazzi. In generale si viveva una vita piuttosto tranquilla, bisogna anche considerare che Piacenza era una cittadina di provincia, il che ha smorzato la percezione della “fascistizzazione” del nostro contesto.

Si parlava di politica a scuola? Tra voi studenti nati nel Ventennio, c’era consenso nei confronti del regime fascista oppure solo una fredda indifferenza e un’accoglienza passiva verso i dettami del regime?

L’unica fonte di informazione era il Ministero della Cultura Popolare, perciò non c’era confronto con le altre scuole nel mondo o con qualunque altro tipo di contesto; tutto veniva dettato, imposto, ma in modo molto tranquillo, anche se con l’intenzione di dimostrare come la condizione attuale dell’Italia e il fascismo fossero decisamente migliori rispetto ai governi liberali precedenti o che si stavano realizzando negli altri stati. Per quanto riguarda noi studenti, regnava un clima di generale indifferenza, pensa che circolavano addirittura alcune barzellette sui fascisti, che però non ironizzavano circa la loro posizione politica, ma piuttosto sulla loro corruzione o cose del genere. Detto questo, la libera discussione, il parlamento e la democrazia non sapevamo neanche cosa fossero, però cominciava a farsi largo una certa perplessità per quanto riguarda certe imposizioni, anche sciocche, come il fatto che bisognasse alzarsi e applaudire ogni volta che parlava il Duce. Un argomento tabù, su cui però tutti avevano un’opinione comune, era l’esito della guerra: Mussolini ci aveva lanciati in una sfida mortale che non eravamo pronti a intraprendere, pensa soltanto che i soldati italiani erano ancora armati con un modello di fucile risalente al 1891, quando già gli altri eserciti del mondo si armavano di mitra e strumenti molto più avanzati.

Si ricorda qualche aneddoto relativo all’applicazione delle leggi razziali nell’ambiente scolastico? Come erano percepite queste leggi dagli studenti che non appartenevano alle categorie discriminate dal regime?

Noi ragazzi non conoscevamo nel dettaglio queste leggi, però il razzismo ci veniva inculcato anche attraverso l’obbligo di acquistare alcune riviste razziste, come “La difesa della razza”, di cui devo aver effettivamente acquistato qualche numero. Gli effetti delle leggi razziali erano poco visibili, in primo luogo a causa della provincialità di Piacenza di cui parlavo prima, poi perché il regime stesso cercava di tenere tutto il più possibile nascosto: avevo due compagni di classe ebrei, uno di cognome Levi, l’altro Isaia, scomparsi in silenzio, probabilmente emigrati all’estero o deportati. Insomma, nulla di eclatante rispetto alle massicce deportazioni avvenute poi durante la guerra soprattutto nelle grandi città come Roma, dopotutto qui da noi non c’era nemmeno una sinagoga o una comunità ebraica rilevante.

Un aspetto che ci ha colpiti molto nella nostra ricerca è stata l’introduzione di Cultura Militare come materia scolastica. Ci può spiegare esattamente cosa si studiava e come era organizzato l’insegnamento di questa materia?

Prima di tutto, questa materia non faceva media. Il mio professore era un vecchio ufficiale in pensione, che per un’ora alla settimana ci parlava un po’ degli eserciti, delle strategie belliche moderne, delle armi e cose del genere, spesso in modo anche poco professionale. Pensa che una volta ci spiegò che i Tedeschi avevano inventato un nuovo modello di aereo che non si limitava a sganciare le bombe sull’obiettivo, ma che era capace di scendere in picchiata fino a 50 metri da quest’ultimo e solo giunto a quel punto rilasciava le munizioni. Ovviamente è impossibile che un mezzo che si muoveva a 400 e più chilometri orari potesse abbassarsi fino a una tale altezza e poi rialzarsi subito dopo! Tornando alle lezioni, queste erano integrate con esercitazioni varie, per cui ci insegnavano a marciare o a sparare al tiro a segno, mi ricordo di aver anche sparato con un piccolo mortaio.

Rimanendo in tema, si ricorda di aver mai giocato con un moschetto giocattolo?

No, mai. Nei negozi di giocattoli di allora si potevano ritrovare gli stessi giocattoli di oggi, accanto ai dinosauri di plastica o alle bambole c’erano anche i soldatini e i carrarmati, ma il regime non spingeva molto sulla vendita di questi ultimi.

Com’era il rapporto con gli insegnanti? Erano educatori oppure figure “irraggiungibili”, a cui si doveva portare un rispetto molto rigoroso?

Il rapporto con gli insegnanti era piuttosto simile a quello di oggi, molto meno rigido e freddo di quanto la propaganda di allora e i film storici vogliono far passare, però in effetti le relazioni rispettavano alcune precise regole di comportamento, come alzarsi in piedi quando il professore entrava in aula e, dagli ultimi anni ’30, bisognava rivolgersi ai professori con il “voi”. Comunque, questo non impediva che i rapporti con gli insegnanti a scuola fossero educativi, perché nella scuola come in ogni ambiente, al di là delle forme, ci sono sempre le persone.