Introduzione

I1 14 luglio 1938 il Manifesto degli scienziati italiani segnava l’atto di nascita dell’antisemitismo di Stato, proclamando l’appartenenza del popolo italiano alla razza “ariana” e l’estraneità degli ebrei italiani alla comunità nazionale. Era l’inizio delle persecuzioni razziste. La comunità ebraica italiana contava allora poco meno di 50.000 appartenenti; c’erano inoltre circa 10.000 ebrei stranieri che da molti anni ormai vivevano e lavoravano nel nostro paese: nel giro di qualche mese quasi 4.000 persone tra professori, militari, impiegati pubblici e privati, liberi professionisti e commercianti furono privati di ogni diritto sociale e circa 6.000 studenti allontanati dalle scuole. Chi poteva emigrò.

Manifesto degli scienziati italiani

Le leggi razziali furono applicate con particolare accanimento nel campo della scuola: già prima della loro emanazione il giornale razzista “Il Tevere” pubblicò le liste dei docenti e degli assistenti universitari ebrei, chiedendo la loro rimozione dalle cattedre, e la lista dei manuali scolastici di autore ebreo il cui uso doveva essere proibito. Agli elenchi pubblicati dal giornale fecero seguito, poche settimane dopo, i provvedimenti governativi.

Il 5 settembre del 1938, il Rdl. N. 1390 decretava che le “persone di razza ebraica”, sia docenti che studenti, venivano espulsi dalla scuola italiana di qualunque “ordine e grado”. Inoltre, “i membri di razza ebraica” venivano radiati anche dalle accademie e dagli istituti di cultura. Per quanto riguarda i docenti, oltre 200 sarebbero stati espulsi dalle scuole italiane a partire dal 16 ottobre 1938. Di essi ben 99 erano professori ordinari, il 7% circa della categoria, ed erano distribuiti in quasi tutte le università; 28 gli scienziati allontanati, senza contare i liberi docenti e quelli che (basti citare l’esempio famoso di Enrico Fermi), pur non essendo soggetti a espulsioni, si allontanarono spontaneamente dalle università.

Questo elenco appena abbozzato lascia intuire come l’allontanamento dall’insegnamento e dall’Università degli studiosi di origine ebraica sia stato una vera e propria decapitazione per la scienza italiana e dimostra, inoltre, che, in essa, vi era una presenza forte, qualitativamente e quantitativamente, di italiani-ebrei. A questo proposito molti studiosi hanno disquisito sulla possibile esistenza di una cosiddetta “scienza ebraica”, nozione utilizzata sistematicamente da razzisti (e da nazisti) nel Novecento, per affermare l’esistenza di una specificità ebraica nel modo di fare scienza, diretta conseguenza di una diversità razziale, di una caratteristica del “sangue”; e naturalmente, per sottolinearne le caratteristiche di diversità dal modo di fare scienza “ariano” (a tal proposito è indicativo ricordare un fisico tedesco, Johannes Stark, che, in nome di una ridicola “fisica ariana”, arrivò persino ad attaccare duramente Heisenberg, chiamandolo “ebreo bianco” perché seguiva le stesse teorie di Einstein e di altri fisici ebrei, cioè la relatività e la meccanica quantistica).

In realtà non è esistita nessuna forma di “scienza ebraica” in Italia (come validamente dimostra G. Israel1); le persecuzioni razziali isolarono e perseguitarono un gruppo di persone che si sentiva perfettamente integrato e non sapeva neppure dire esattamente cosa fosse il proprio “ebraismo”, né in termini culturali, né come il vago ricordo di una appartenenza che, se davvero sentita, avrebbe forse permesso loro di essere pronti all’eventualità di una persecuzione.

Sotto questo aspetto, i provvedimenti razziali nei confronti della comunità scientifica italiana si presentarono con i connotati di una persecuzione forse fisicamente meno cruenta, ma psicologicamente allo stesso livello di quella che colpì gli scienziati ebrei tedeschi o residenti in Germania.

La persecuzione del 1938, oltre che dalla politica razziale in senso stretto, era mossa anche (e soprattutto) da problemi politici, frutto di una miscela di diversi componenti: la presenza di fonti di antisemitismo violento (dei Gesuiti di “Civiltà Cattolica”, di un Preziosi, di un Benigni, di un Orano e di un Interlandi); l’influenza del nazional-socialismo e le esigenze della politica estera di regime; il problema del consolidamento del “fronte” della cultura che secondo Bottai mostrava sintomi di debolezza già a partire dalla guerra di Etiopia e abbisognava perciò di un ulteriore giro di vite; il problema “dell’indifferenza” italiana sollevato da Arnaldo Momigliano: “Questa strage immensa non sarebbe mai avvenuta se in Italia, Francia e Germania non ci fosse stata indifferenza, maturata nei secoli, per i connazionali ebrei”. Questa indifferenza generalizzata si legò anche, nel caso della cultura italiana, a quello che Gustavo Colonnetti chiamava “il reato di prostituzione della scienza”: non furono pochi gli studiosi che cedettero di fronte a minacce e lusinghe, che divennero aperti o celati sostenitori delle teorie razziali o che collaborarono a rendere più semplice la via a coloro che “pretendevano di contestare ai popoli il diritto all’informazione”. Quindi, anche in Italia, il mondo della cultura non fu esente da colpe, seppur dovute al silenzio, visto che in quegli anni tacere era più che mai una complicità attiva. È sconcertante pensare che la formazione culturale, la preparazione scientifica, la pratica della ricerca, l’esperienza internazionale, e soprattutto la responsabilità verso i giovani, non abbiano prodotto atteggiamenti diversi da quelli comuni, tollerando e così promuovendo una passiva e silente accettazione del pubblico degrado del “diverso”.

1 G. Israel: E’ esistita una “scienza ebraica” in Italia?, in A. Di Meo, (a cura di : Cultura ebraica e cultura scientifica in Italia, atti del convegno della Fondazione Istituto Gramsci in occasione della “Settimana di cultura ebraica”, Roma 4-13 novembre 1992, Editori Riuniti, Roma, 1994

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