L’antisemitismo a scuola

Aurora Belleri, Maria Elena Conta, Aronne Ghidoni, Marco Maiello, Caterina Tagliaferri

5B classico

Un quadro generale sulle leggi razziali

Correva l’anno 1938, a Trieste il 18 settembre il Duce, Benito Mussolini, da un palco posto dinnanzi al Municipio in Piazza Unità d’Italia, annuncia il contenuto delle leggi razziali rivolte prevalentemente contro le persone ebree. Le leggi razziali fasciste sono state un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi che vennero adottati in Italia fra il 1938 e il 1944, prima dal regime fascista, inaugurato nel suo carattere totalitario negli anni ’30 del secolo, e poi dalla Repubblica Sociale Italiana o Repubblica di Salò, ossia quel governo “fantoccio” e collaborazionista voluto dalla Germania nazista e guidato da Benito Mussolini fra il 1943 e il 1945.

In realtà, già dal 1937 si era assistito a una vera e propria campagna d’indottrinamento dell’opinione pubblica attraverso tutti i mass media – giornali, radio, cinema – con l’obiettivo di diffondere la convinzione della superiorità razziale degli italiani, sotto il profilo biologico e genetico, e giustificare così la discriminazione ed emarginazione sociale dei cittadini ebrei: a tal proposito era stato ristampato il falso I Protocolli dei Savi di Sion (1903), contenente la fasulla dimostrazione  del «complotto ebraico»; erano nate riviste come La difesa della razza, che, in ogni numero, denigrava i diversi gruppi umani (ebrei, slavi, africani, etc.) per celebrare invece la razza ariana-italiana; si erano diffusi gli Istituti di Cultura fascista curati dal Ministro dell’Educazione Giuseppe Bottai. Lo scopo di tale diffusa propaganda antiebraica era quello di spiegare agli italiani perché le leggi razziali che il regime stava emanando fossero politicamente e scientificamente corrette e fondate. Anche la città di Piacenza venne travolta in tal senso: giornali come La Scure, fondato nel 1921 da Bernardo Barbiellini Amidei, e La Trebbia promuovevano la campagna razziale e furono realizzate conferenze nella «Casa Littoria» di Via Borghetto da parte degli Istituti di Cultura fascista. Su La Scure degni di nota furono gli articoli di Attilio Rapetti, insegnante e giornalista, che riproponeva gli argomenti razzisti sostenuti anche dalla parte più reazionaria del cattolicesimo italiano.

Nel frattempo, il 14 luglio 1938 su Il Giornale d’Italia venne pubblicato il documento Il fascismo e i problemi della razza, anche noto come Manifesto degli scienziati razzisti, steso da Guido Landra su indicazione dello stesso Mussolini e Dino Alfieri, che enunciava le basi teoriche del razzismo di cui l’antisemitismo era l’ultima espressione. Mentre il razzismo nazista si caratterizza, fin dall’inizio, come fondato sulla presunta specificità biologica della superiore razza ariana, quello italiano invece si presenta come nazional-razzismo, i cuimaggiori esponenti erano Giacomo Acerbo, Nicola Pende e Sabato Visco, i quali legavano il concetto di «razza» a quello di «stirpe» e «nazione», facendo riferimento alla latinità e al primato di Roma e dell’Impero Romano come giustificazione della superiorità razziale italiana: il varo delle leggi razziali si richiamava allora alla lotta contro Cartagine quando il popolo guerriero latino, ora identificato con quello fascista, si oppose a quello commerciante, inferiore, che si identificava con il popolo ebraico. Un’altra versione dell’antisemitismo italiano era quella che si richiamava all’«antigiudaismo cristiano»: gli ebrei erano considerati deicidi, traditori, esempio di una ritualità sanguinaria, perfidi, costretti a errare – sulla base del “mito dell’ebreo errante” – e soffrire per espiare le proprie colpe. L’atto fondativo di tale antigiudaismo era stata la bolla Cum Nimis Absurdum («Poiché è oltremodo assurdo») del 12 luglio 1555, promulgata da papa Paolo IV Carafa, che poneva una serie di limitazioni ai diritti delle comunità ebraiche, come l’obbligo di abitare in un luogo separato dalle case dei cristiani -il ghetto- in cui non poteva esistere più di una sinagoga, oppure l’obbligo di portare un segno distintivo. Una terza declinazione del razzismo italiano fu poi il «razzismo imperialista»: la conquista dell’Etiopia, ottenuta in seguito alla guerra del 1935-36, si realizzò con totale dispregio degli accordi internazionali e tramite brutali sistemi di guerra, genocidio e repressione, e alimentò il sentimento di superiorità italiano nei confronti dei popoli così conquistati e colonizzati.

Dal 14-15 febbraio 1938 iniziò il periodo della cosiddetta “persecuzione dei diritti”, avviato dal censimento della religione professata dai dipendenti del Ministero dell’Interno e poi dal censimento generale degli ebrei del 22 agosto. La “persecuzione dei diritti” colpì principalmente il settore lavorativo e culturale: gli ebrei vennero espulsi dalle scuole e dagli impeghi pubblici, eliminati dalle attività culturali, limitati nel possesso di case, terreni e aziende, vietati i matrimoni misti, quindi esclusi totalmente dalla comunità nazionale. Carabinieri e Questura erano inoltre tenuti a verificare la «buona condotta» degli ebrei e la loro obbedienza alle leggi razziali.

Definire l’inferiorità razziale presunta (tramite propaganda e media), censire (identificare tramite il censimento svolto tra febbraio e agosto del ‘38), perseguitare (i diritti prima e poi, dall’8 sett. ‘43 al 25 aprile ‘45, le stesse vite degli ebrei): questa fu la dinamica genocidiaria che attraversò l’antisemitismo italiano dalla promulgazione delle leggi del ’38 alla deportazione delle persone.

Nella fase della persecuzione dei diritti, circa 51mila persone furono sottoposte alla legislazione persecutoria allo scopo di allontanare tutti gli ebrei dal territorio italiano. Questa operazione fu congelata il 10 giugno 1940 con l’ingresso in guerra dell’Italia. Nel ‘43, con l’occupazione tedesca e la nascita della RSI nel Nord, si passò alla “persecuzione delle vite”: venne adottata una nuova legislazione con l’obiettivo non più di costringere gli ebrei all’emigrazione, ma di sterminarli, spoliandoli dei beni. Dallo stesso 1943 furono attivi campi di lavoro e di internamento.

La comunità ebraica italiana, la più antica della diaspora, era esigua (47mila nel censimento del 1938), ma molto integrata nella società italiana; nonostante questo furono vittime della Shoah 7128 ebrei italiani e nel 1945 gli ebrei italiani sopravvissuti erano 21mila.

Anche a Piacenza la comunità ebraica era esigua ma molto antica, la sua presenza infatti risaliva ai primi insediamenti del VII-VIII secolo, nonostante ciò, la persecuzione si abbatté anche su questi pochi rimasti attraverso una potente azione di propaganda e persecuzione antiebraica. 

Le leggi razziali furono abrogate con i regi decreti-legge n. 25 e 26 del 20 gennaio 1944, emanati dal Regno del Sud.

Le leggi razziali a scuola

Le leggi razziali entrarono presto in vigore anche nella scuola. Con il decreto del 5 settembre 1938, che prevedeva l’espulsione dalla scuola di insegnanti e alunni di razza ebraica, iniziava un processo di discriminazione che sarebbe proseguito sempre di più, fino a giungere alle più tragiche conseguenze.  Nel dettaglio, furono allontanati alunni, professori, presidi e direttori, insegnanti e assistenti universitari, personale scolastico.  

I provvedimenti furono presto applicati: già il 16 ottobre 1938 venivano sospesi insegnanti e presidi di origine ebraica. Non era ancora stata elaborata una definizione giuridica di ebreo, così era considerato tale chiunque fosse nato da genitori entrambi ebrei, indipendentemente dalla professione di fede.  

In seguito, però, fu concesso che le comunità aprissero scuole elementari e medie a uso esclusivo degli alunni di razza ebraica, ove il numero di studenti ebrei fosse superiore a dieci, in tali scuole inoltre era permesso a insegnanti ebrei di svolgere il loro lavoro.  

Gli studenti universitari, invece, poterono proseguire gli studi, ma fu un privilegio riservato soltanto a coloro che erano già iscritti alla facoltà da prima dell’emanazione delle disposizioni.  

L’istituzione scolastica che patì maggiormente la sospensione dei professori fu l’università, dove era più alta la presenza di insegnanti di origine ebraica rispetto agli altri ordini scolastici. Si calcola un numero di professori universitari espulsi superiore a quattrocento, senza contare il personale non docente.  Alcuni di loro migrarono all’estero, soprattutto in America, altri rimasero in Italia e, tra questi, alcuni subirono le deportazioni nei campi di concentramento. Terminata la guerra si provvide al reinserimento dei professori, anche se non fu impresa semplice.  

Anche rispetto all’adozione dei testi furono operate delle modifiche, di cui si occupò il Ministero dell’Educazione nazionale. Fu così prevista la sostituzione di tutti i libri scolastici di autori ebrei o frutto di una collaborazione tra autori di cui uno ebreo. Le case editrici smisero quasi del tutto di pubblicare volumi di autori ebrei, fino al definitivo divieto del febbraio 1940 di farli rientrare nei cataloghi e di stamparli.  

Nel 1937 e nel 1940 furono pubblicati il Primo e il Secondo libro del fascista, «guide» al pensiero e all’ideologia razzista, che riportavano i contenuti ritenuti essenziali per formare ed educare l’italiano in senso compiutamente fascista.  

L’interesse per la scuola non fu casuale né di poco conto: si intendeva catturare l’attenzione dei giovani riguardo le tematiche della razza, si voleva coinvolgerli e sensibilizzarli in tal senso. La scuola diventava così anche un mezzo utile per veicolare il messaggio antisemita, un ulteriore mezzo di propaganda. Era il primo terreno per la formazione dei nuovi cittadini italiani, dove si tentava di mettere in pratica una sorta di pedagogia del razzismo, volta dunque a educare la nuova generazione al senso di superiorità razziale che comportava, conseguentemente, l’esclusione delle altre e diverse razze dalla stessa considerazione. Questo razzismo diventò, soprattutto dopo l’invasione dell’Etiopia, un elemento cruciale nella fondazione della nuova identità nazionale.  

Contribuirono alla diffusione dell’ideologia antisemita, oltre ai provvedimenti, agli insegnamenti, anche la circolazione – fortemente promossa nelle scuole – di una rivista chiamata Difesa della razza, curata e finanziata da Telesio Interlandi, di cui gli insegnanti curarono la diffusione tra gli alunni, fortemente voluta dal ministro Bottai.  

Leggi razziali a scuola

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Razzismo e antisemitismo nei libri di testo

Con la circolare n. 12380, del 12 agosto 1938, il ministro dell’Educazione nazionale impose, invece, il divieto assoluto di adozione di libri di testo che avessero come autore un appartenente alla razza ebraica.  Intorno a questa annunciata discriminazione, poche e deboli furono le voci contrarie.

In seguito a questa circolare, comunque, i testi redatti, curati o commentati da autori ebrei, indipendentemente da eventuali collaborazioni con autori ariani, non poterono essere adottati nelle scuole. La stessa sorte toccò alle carte geografiche murali di autori ebrei.  

Il Liceo M. Gioia rese applicative queste disposizioni, attuando una politica antisemita, in seguito alle circolari n. 3862, 3830, 4038, inviate dal Regio Provveditorato, nell’agosto del 1938, come «comunicazioni urgenti»,  e si adoperò tempestivamente per rintracciare, sostituire e comunicare i titoli dei testi «fuorilegge».

Da quel momento in avanti, il razzismo e l’antisemitismo entrarono con forza nei libri di testo per le scuole di ogni ordine e grado dell’Italia fascista. Alle norme legislative e alle direttive gerarchiche si affiancò e intrecciò l’allineamento dal basso. Questo impegno profuso autonomamente da editori e autori fu un elemento importante dell’antisemitizzazione della scuola italiana. 

Le modifiche apportate ai libri di testo consistevano in censure, sostituzioni e aggiunte, con particolare attenzione per le eliminazioni di vocaboli e intere frasi non in linea con le nuove direttive governative o, più semplicemente, che esprimessero opinioni positive sugli appartenenti a quella che era, ormai a tutti gli effetti, considerata l’inferiore razza ebraica. 

Di questa esclusione totale degli aderenti all’ebraismo in territorio scolastico ci sono giunte alcune clamorose tracce: per esempio, il volume di Vittorio Manfredi, Nuovissimo dizionario tascabile della lingua italiana, Bietti, Milano, giunto al 30° migliaio, che venne sequestrato e vietato perché conteneva la definizione: «antisemiti, gente poco civile che osteggia e combatte gli ebrei», o il volume di Guido Calogero, Compendio di storia della filosofia, che a pagina 268 dell’edizione del 1934 menzionava il nome e il pensiero di Bergson e Husserl, venne riedito nel 1939 omettendo i precedenti riferimenti, in quanto i due filosofi appartenevano alla razza ebraica.

La censura, però, non agiva solamente negli ordini scolastici liceali, in quanto, nell’ottica della fascistizzazione dell’italiano, era necessario coltivare l’antisemitismo fin dalla più tenera età, condizionando e formando in tal senso anche i bambini. A tal proposito emblematico è il caso di censura che, nel 1940, coinvolse il libro della V classe elementare Letture, che conteneva alle pagine 183 – 184 il seguente brano: «Gli ebrei. Ma fra i nuovi conquistatori [dei paesi extraeuropei] si era mescolata la razza giudaica, disseminata lungo le rive del Golfo Persico e sulle coste dell’Arabia, dispersa poi lontano dalla patria d’origine, quasi per maledizione di Dio, e astutamente infiltratasi nelle patrie degli Ariani. Essa aveva inoculato nei popoli nordici uno spirito nuovo fatto di mercantilismo e di sete di guadagno, uno spirito che mirava unicamente ad accaparrarsi le maggiori ricchezze della terra. L’Italia di Mussolini, erede della gloriosa civiltà romana, non poteva rimanere inerte davanti a questa associazione di interessi affaristici, seminatrice di discordie, nemica di ogni idealità. Roma reagì con prontezza e provvide a preservare la nobile stirpe italiana da ogni pericolo di contaminazione ebraica e di altre razze inferiori». 

Studenti che maturano una mentalità razzista

In seguito alla promulgazione delle leggi razziali nell’estate del 1938, anche gli studenti ebrei subirono diverse ripercussioni. Qui di seguito vengono riportati i provvedimenti assunti dal Liceo Gioia, che si attenevano a quelli estesi a tutta la nazione. Innanzitutto, con la circolare n. 3901 del 20 agosto 1938, fu vietato agli ebrei di iscriversi ad ogni ordine scolastico; il divieto valeva sia per coloro che iniziano un corso di primo grado, sia per coloro che avevano frequentato l’anno precedente e dovevano iscriversi a un corso di grado superiore. Il provvedimento fu in seguito ribadito anche nella circolare n. 4355 del 14 settembre 1938, che forniva una serie di indicazioni in favore della difesa della razza. In seguito all’ordine impartito agli ebrei di lasciare l’Italia, fu promulgata la circolare n. 4835, che autorizzava la restituzione dei documenti agli ebrei per facilitarne l’espulsione. Lo Stato fece poi un passo indietro con la circolare n. 5051 del 19 novembre 1938, che diede il permesso agli ebrei che professavano la religione cattolica di iscriversi alle scuole elementari e medie dipendenti dalle autorità ecclesiastiche; inoltre venne annunciata l’istituzione di scuole elementari e medie costruite appositamente dallo Stato per gli alunni ebrei.

Gli studenti italiani venivano educati, comunque, all’odio e al disprezzo verso le razze considerate inferiori. A scuola gli allievi svolgevano anche dei veri e propri test di appartenenza alla razza, in cui veniva loro chiesta la razza di appartenenza e quale fosse la sua specifica missione, che naturalmente era quella di civilizzare tutte le razze inferiori. L’educazione dei giovani poteva così riassumersi nel motto: «Libro e moschetto, fascista perfetto».

Ridimensionamento del personale scolastico

Le leggi razziali, all’interno degli istituti, danneggiarono anche il personale scolastico di razza ebraica. Già l’11 agosto 1938 il Provveditore di Piacenza mandò al liceo Gioia una circolare riguardo al conferimento delle supplenze e degli incarichi. A seguito di una circolare del 15 luglio del Superiore Ministero, venne comunicato che era vietato conferire a docenti di razza ebraica le supplenze e gli incarichi d’insegnamento nei Regi Istituti, nelle Regie Scuole d’istruzione media, nei Regi Istituti d’istruzione artistica e nelle Scuole elementari governative. Venne comunicato inoltre l’obbligo di richiedere agli aspiranti insegnanti una dichiarazione in cui indicare di non appartenere alla razza ebraica. In caso di aspiranti insegnanti ebrei con benemerenze nazionali, la proposta sarebbe stata sottoposta alla personale approvazione del Provveditore. 

Il 26 agosto il Provveditore inviò al liceo Gioia più di 35 schede finalizzate al censimento del personale ebraico, da consegnare a tutti coloro che lavoravano all’interno delle scuole. I diretti interessati avrebbero dovuto compilarle e firmarle, spedendo al ministero dell’Educazione Nazionale una scheda a stampa e conservando presso l’istituto una stessa scheda dattilografata. Il tutto era da svolgersi entro il 20 settembre. Venne poi chiesto al preside di indicare, in un prospetto riassuntivo da unire alle schede, il numero totale dei censiti, il numero e i nomi delle persone che risultavano essere di razza ebraica da parte di padre o di madre o sposate con un ebreo.  

Il 5 settembre un decreto impose ufficialmente a livello nazionale l’esclusione degli insegnanti ebrei dalle scuole statali e parastatali di ogni ordine e grado. Alcuni giorni dopo l’emanazione del provvedimento, il 14 settembre, una circolare del Provveditore chiarì in modo diretto le disposizioni. Innanzitutto, chiese di accelerare le operazioni di censimento del personale, da svolgere con assoluta sollecitudine e precisione, anticipando al 17 settembre la data limite. Dopo aver ribadito le modalità del censimento, venne chiarito che gli insegnanti ebrei sarebbero stati considerati congedati fino al 16 ottobre.  

Con l’arrivo di questa data, poi, tutti i professori, i presidi e i direttori scolastici ebrei vennero sospesi dalle loro funzioni. Tuttavia, gli insegnanti di razza ebraica avrebbero potuto comunque chiedere il trattamento di quiescenza, continuando così a percepire la pensione. Una circolare risalente al 19 ottobre inviata al preside del Liceo dal Regio Provveditorato agli studi di Piacenza avvertiva che, fino a quando non fossero presi definitivi provvedimenti nei loro confronti, gli insegnanti di razza ebraica avrebbero avuto diritto all’intero trattamento economico che spettava loro prima della sospensione, comprendente lo stipendio, il supplemento di servizio attivo e l’aggiunta di famiglia. La pensione venne però sospesa nel 1939, per essere poi definitivamente sottratta poco dopo. 

Fu colpito dal provvedimento antiebraico anche il personale amministrativo, tecnico, di vigilanza e di servizio. Il 10 dicembre il Provveditore inviò una circolare al Liceo Gioia segnalata come urgente, in cui si invitava il preside ad accertare con massima urgenza se nella scuola prestasse servizio personale non insegnante, fornito dagli Enti locali, che fosse di razza ebraica. Il Provveditore chiedeva inoltre di comunicargli anche se ci fosse qualche scuola o istituto intitolato a ebrei e, in caso affermativo, di fare proposte per sostituire tali intitolazioni. In un’annotazione, il preside rispose negativamente a tutti i punti della nota.

Da ciò emerge come l’applicazione delle leggi razziali nel Liceo Gioia, già alla fine del 1938, fosse ben chiara nelle sue indicazioni e normative, nonché accettata ed eseguita dai funzionari scolastici. 

Bibliografia e sitografia:

  • Carla Antonini, Piacenza 1938-1945. Le leggi razziali, Scritture, 2010
  • it.wikipedia.org
  • treccani.it
  • volerelaluna.it
  • archivi.unimi.it
  • italia-liberazione.it
  • https://www.anpi.it/