Giorgio Bacciocchi
Nasce a Vigolzone il 4 ottobre 1926, ma negli anni della scuola risiede a Piacenza, in Corso Vittorio Emanuele 219. Arriva al liceo “Gioia” il 10 ottobre 1940 durante il suo terzo anno di ginnasio, dopo essersi trasferito dal Reale Ginnasio di Lodi.
Così ci ha raccontato il figlio di Giorgio, Antonio Baciocchi: «Mio padre, Giorgio Bacciocchi, salì in montagna e si unì ai partigiani alla fine dell’estate del 1944, seguendo suo fratello Gaetano, poco più vecchio di lui, che era partito pochi mesi prima. Non aveva ancora compiuto diciotto anni. Dal 10 settembre 1944 al 28 aprile 1945 ha fatto parte dell’XI Brigata della Divisione Piacenza. Operò in Alta Val Nure, soprattutto nella zona di Cassimoreno. Purtroppo, è morto in un incidente quando avevo 15 anni e pertanto ho avuto poco tempo per approfondire con consapevolezza il suo periodo da partigiano. D’altronde, come ho spesso riscontrato con altri partigiani, non aveva particolare voglia di ricordare quel drammatico periodo. Ha sempre liquidato la faccenda con un laconico “Era qualcosa che andava fatto e l’ho fatto”. Non sopportava i totalitarismi, era uno spirito libero e quindi ha agito di conseguenza. Non partecipò mai a rievocazioni o alle feste del 25 aprile, considerava la faccenda chiusa con la Liberazione. Le poche cose che ho saputo è che pare fosse nei pressi del Liceo Respighi quando furono uccisi cinque partigiani da un’autoblindo tedesca il 26 aprile durante la liberazione di Piacenza (ma la notizia non mi è mai stata confermata). Entrò comunque a Piacenza con le forze partigiane e contribuì alla Liberazione. Ricordava talvolta il duro inverno che ha trascorso in montagna: lo scarso cibo (scambiò il suo orologio per un piatto di uova e cipolle con un contadino), e i ripari precari. Un giorno tornò di nascosto con il fratello a casa, a Ponte dell’Olio ma furono sorpresi, dopo una spiata, dall’arrivo di un gruppo di fascisti e nazisti. Fuggirono da una finestra sotto i colpi di mitra e fucili. Mio zio conservava una scarpa con il tacco rotto da una pallottola e un cappotto con un buco di un colpo di fucile che lo aveva sfiorato in quell’evento. Mi ha sempre affascinato l’idealismo, misto a incoscienza, che ha spinto un minorenne a impugnare pistola e fucile e rischiare la vita per la libertà, non solo sua ma di tutti gli italiani e le italiane”.




