Una studentessa ebrea: il caso di Ida Pesaro

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Nell’archivio del liceo Gioia sono conservate le pagelle di Ida Pesaro, studentessa iscritta al triennio liceale dall’a. s. 1934-35 all’a. s. 1937-38.

Sulle pagelle si legge che Ida nacque il 25 gennaio 1919, figlia di Ferdinando e Bice Calabresi. Secondo la consuetudine del tempo che indagava l’appartenenza sociale della famiglia, sul documento viene riportata anche la professione del padre (“industriale”) e il fatto che fosse “dispensata” da “Religione”, indizio dell’appartenenza di Ida a una famiglia non cattolica. In effetti, i genitori erano ebrei e provenivano dalla provincia di Ferrara con lontane origini spagnole. Erano giunti nel 1912 a Castel San Giovanni, dove nacquero tutti i loro figli: Ida Benedetta, detta Tina, nel 1913, Emilio nel 1915, Carlo nel 1916, Ida nel 1919, Bruna nel 1924 e Franco nel 1926. L’educazione familiare era impartita dalla madre secondo un orientamento laico e liberale. La famiglia infatti si era allontanata dall’ebraismo: il padre Ferdinando aveva conservato solo la ritualità ebraica legata al culto dei defunti e l’usanza della circoncisione dei figli maschi. L’ambiente familiare non dovette essere certamente rigido e intollerante se la sorella maggiore Tina negli anni successivi scelse addirittura di farsi battezzare.

Ferdinando era proprio un “industriale”: aveva aperto a Castel San Giovanni una succursale della ditta ferrarese Hirsch, acquisita poi direttamente ai tempi della crisi del 1929. Il nome dell’azienda era “Maglificio Ferdinando Pesaro”. Negli anni Trenta l’azienda aveva conosciuto un discreto successo: lo stabilimento venne ristrutturato, gli impianti furono rinnovati e potenziati, i dipendenti giunsero a superare le 120 unità, tanto che nel 1935 venne aperta una nuova sede a Borgonovo Val Tidone con una cinquantina di dipendenti. I fratelli maggiori di Ida, Tina ed Emilio, trovarono occupazione nella ditta di famiglia e a Emilio venne intestato lo stabilimento di Borgonovo.

Dal 1938 l’intera famiglia fu soggetta alle discriminazioni e alle imposizioni che le leggi razziali prevedevano: vennero radiati dall’elenco telefonico, fu loro requisita la radio e venne negato il permesso per assumere una domestica. La famiglia visse queste limitazioni in modo traumatico, poiché aveva grande attaccamento all’Italia: il nonno Giacobbe, padre di Ferdinando, aveva militato nelle file dei volontari garibaldini e aveva ricevuto un riconoscimento ufficiale e una pensione dallo Stato.

Col le leggi razziali i fratelli minori di Ida, Bruna e Franco, furono esclusi dalle scuole pubbliche. Ida riuscì invece a concludere il percorso liceale perché conseguì la maturità appena prima delle leggi razziali, nel settembre 1938.

Dalle pagelle è facile ricostruire il percorso liceale di Ida. Nell’a. s. 1934-35 era iscritta alla I liceale (sezione unica) ed era stata promossa a settembre, riparando l’insufficienza (4) in “Scienze naturali”. Tra i voti di quell’anno spicca un 9 in “Economia politica”. L’anno successivo non poté frequentare la scuola per motivi di salute e pertanto venne rimandata con la motivazione “per assenze giustificate”. A settembre non riuscì peraltro a rimediare alle lacune accumulate e venne così respinta in particolare per un 4 in Greco, un 4 in Latino e un 5 in Filosofia. Ripeté quindi la II liceale nell’a. s. 1936-37, ottenendo la promozione a giugno. In III liceale concluse l’anno scolastico positivamente, ma venne rimandata a settembre poiché all’esame non aveva risposto alle domande inerenti la dottrina fascista. A settembre comunque conseguì la Maturità classica. L’entrata in vigore delle leggi razziali le impedì di iscriversi all’Università.

Non fu l’unica conseguenza che l’entrata in vigore della nuova legislazione e gli eventi legati alla storia d’Italia ebbero sulla ragazza e sulla sua famiglia. Il 26 luglio 1943 il fratello Emilio per festeggiare la fine del regime fascista aveva bruciato insieme ad alcuni amici antifascisti di Castel San Giovanni il ritratto di Mussolini. Con la nascita della R.S.I. però l’episodio fu oggetto dell’attenzione del nuovo regime, che ordinò il 30 novembre 1943 l’arresto di Emilio proprio per quel gesto. Emilio aveva però già lasciato Castel San Giovanni e si trovava in Svizzera appena la situazione politica era mutata con gli eventi legati all’8 settembre. I carabinieri non avendolo trovato in casa al momento dell’arresto decisero allora di trattenere la madre Bice Calabresi, che venne portata in carcere in ostaggio al posto del figlio.

Anche la sorella maggiore Tina aveva deciso di trasferirsi all’estero ed era partita fin dal febbraio 1939 prima per Parigi e poi alla volta di Londra. Sua intenzione era infatti valutare la possibilità di portare l’azienda di famiglia all’estero. La malattia del padre Ferdinando aveva però convinto Tina a tornare in Italia dove giunse qualche giorno prima della morte del padre, avvenuta il 17 agosto 1939. Solo per questo motivo Tina si trovava in Italia al momento dello scoppio della guerra e la situazione di belligeranza comportò per Tina il ritiro del passaporto e l’impossibilità di ripartire per Londra dove aveva lasciato tutti i suoi effetti personali.

Quando la madre venne arrestata, Tina si trovava così a Castel San Giovanni e decise il 1 dicembre 1943 di presentarsi in carcere per “sostituire” quale ostaggio la madre, che tornò libera. Purtroppo però nel frattempo la legislazione era mutata: proprio il 30 novembre 1943 erano state emanate le disposizioni del Ministero dell’Interno che prescrivevano la confisca dei beni e la deportazione nei campi di concentramento degli ebrei. La posizione in carcere di Tina era dunque cambiata: non più “sostituta” del fratello, ma ebrea da deportare. Tina dopo varie vicissitudini fu deportata a Fossoli il 31 luglio 1944 e da lì il 1 agosto fatta salire sul treno per Auschwitz. Il suo convoglio, il n. 14, fu l’ultimo che partì da Fossoli perché il campo fu poi smantellato. Sul medesimo treno salirono anche i piacentini Aldo Ottolenghi e Riccardo Sezzi. Il convoglio giunse ad Auschwitz sotto una pioggia incessante alle 3 del mattino del 6 agosto 1944. I tre piacentini furono tra i pochissimi (85 uomini e 44 donne in totale) a superare la selezione del dott. Mengele e furono così internati. Tina morì il 31 dicembre 1944 a Dachau dove molti prigionieri erano stati trasferiti per l’incalzare della guerra.

Ida, la madre e la sorella Bruna avevano saputo già a dicembre del 1943 che anche su di loro era pendente un ordine di cattura dovuto alle nuove disposizioni del Ministero dell’Interno e per questo scapparono immediatamente da Castel San Giovanni. Dapprima si nascosero nei pressi di Pianello Val Tidone e da lì con l’aiuto del medico di famiglia e di suo nipote ripararono prima a Voghera e poi, via Milano, a Moltrasio sul confine svizzero. Lì appresero che il confine era bloccato. Ritornarono quindi a Milano e trovarono rifugio grazie a una rete di amicizie a Trescore. Nel piccolo paese cremonese si confidarono con il curato che le accompagnò in un paese vicino a Crema, Farinate di Capralba, dove il parroco del luogo le ospitò nella sacrestia come sfollati fino al giorno della liberazione.

Per la ricostruzione della storia della famiglia Pesaro si è fatto riferimento a Zucchini Gabriella, Da Piacenza a Auschwitz. Gli ebrei del Piacentino tra persecuzione e deportazione, in Antonini Carla (a cura di), Piacenza 1938-1945. Le leggi razziali, Edizioni Scritture, Piacenza 2010, pp. 183-243.