Se il cinema è una grande arte popolare perché mette in scena la possibilità che qualcosa accada, la serie TV fa un passo avanti concentrando la sua attenzione non più sulla realtà generale, ma su quella dimensione specifica dell’esistenza umana che è la realtà sociale, presentando nella successione dei suoi episodi e delle sue stagioni un mondo narrativo ben più capiente di quello del film, in grado di ospitare una pluralità di linee narrative e differenti e ben più approfonditi personaggi.
La serie tv Peaky Blinders, prodotta in UK dal 2013 al 2022, il cui l’autore/ideatore è S. Knight, è composta da sei stagioni (36 episodi), ambientata fra il 1919 e il 1934 e disponibile su Netflix.
I Peaky Blindersfurono storicamente una gang criminale giovanile attiva nella Birmingham del primo ‘900, che la serie TV reinventa in un ambiente violento e spietato, dove la famiglia Shelby tenta la scalata sociale attraverso il crimine. Ma il protagonista Thomas e il fratello Arthur, come molti altri personaggi, devono anche fare i conti con il conflitto appena concluso e con i traumi della guerra. Sono personaggi complessi che vivono e rappresentano quell’età degli estremi e degli eccessi inaugurata dalla guerra “matrice del secolo” (Gibelli)
La serie ci permette di entrare nella storia delle violenze quotidiane dell’immediato dopoguerra, di sentire ed esperire il lascito terribile di quel conflitto, nell’incapacità degli ex-combattenti di vivere un’esistenza minimamente regolata, poiché la guerra non è alle spalle, ma è dentro di loro, scava nelle coscienze e non finisce mai.
L’immaginario spesso semplificato della Grande Guerra è problematizzato dalla serie che porta la violenza nell’umana e quotidiana esistenza: non sono le trincee i luoghi del dolore e della violenza, ma è il DOPOguerra il luogo del lungo trauma in cui si esperisce la dissoluzione dei valori del passato (“la brutalizzazione delle società europee”, Mosse).
Le finalità del laboratorio storico, svoltosi nell’a/s 2018-2019, sono state molteplici: connettere la didattica della storia con l’immaginario storico delle nuove generazioni; privare lo studio della storia di quel carattere di narrazione puramente mnemonica così fastidiosa per gli studenti; saldare lo studio dei processi storici con l’attualità.
Il percorso del laboratorio storico, effettuato dalle classi 4°classico C e 5° linguistico B del Liceo “Gioia” e coordinato dalle docenti Cristina Bonelli e Valeria Caponnetti, ha preso avvio dall’analisi della serie, che ha rappresentato per gli studenti la porta d’accesso per penetrare immediatamente nel discorso della storia; è proseguito con l’analisi della struttura e dei caratteri di tale serie allo scopo di far emergere la rappresentazione dell’oggetto storico-sociale indagato (il primo dopoguerra) nella sua complessità ed evoluzione nel tempo; ha poi collegato il lavoro di analisi della serie tv alle categorie storiografiche per far emergere eventuali errori o interpretazioni non attendibili; ha proceduto con l’analisi e il confronto con fonti storiche tradizionali di diversa tipologia (iconografiche, scritte memorialistiche, musicali) allo scopo di misurare continuità e discontinuità interpretative; ha infine concluso cercando di evidenziare, nei testi presi in considerazione, come il primo dopoguerra abbia segnato una forte discontinuità rispetto al precedente periodo, conducendo a quella “brutalizzazione” della vita sociale e politica di cui la prima guerra mondiale è stato il laboratorio.
Tale prodotto, elaborato graficamente in un breve saggio dal design ricco di immagini e citazioni, è stato infine premiato all’interno del progetto “I linguaggi della contemporaneità” (Fondazione di San Paolo di Torino e prof. G.De Luna).

